La Cacca

Mi sveglio presto, anzi prestissimo. Nonostante la giornata di ieri sia stata molto impegnativa e densa, sia a livello fisico che mentale, qualcosa mi spinge ad aprire gli occhi mentre albeggia. Non ho l’orologio, e nella stanza non c’è nessun dispositivo che indichi l’ora. Devo assolutamente sistemare questa cosa: non so perché, ma ho sempre avuto la fissazione di sapere l’ora. Il mio orologio? Si è perso; probabilmente è andato in pezzi sulla montagna. Mi dispiace, perché era un regalo di Serena. Curioso pensare che anche l’orologio precedente fosse andato perso — fortunatamente in circostanze normali — e che Serena me lo avesse regalato per rimpiazzarlo. Considerato che il modello era lo stesso identico, si vede che non era proprio destino.

Mentre i primi raggi di sole raggiungono il parcheggio, eccezionale ma chiara vista di cui gode la stanza, mi ritrovo a pensare a quanto fosse bello andare in montagna: svegliarsi prestissimo, addentrarsi nel cuore della natura, farsi abbracciare dalle pareti rocciose prima ancora che il sole sorgesse. Ricordo tutte le volte in cui sono salito in cima per vedere l’alba: uno spettacolo nello spettacolo, il sole lanciato in cielo come una palla di cannone. Stupendo. E poi, quella fortissima sensazione di guardare tutto dall’alto, sospesi tra terra e cielo, mentre giù in basso la vita riprendeva dopo la pausa notturna.

Ed è assurdo pensarci ora, perché se mi trovo qui è, in un certo senso, per colpa della montagna e della mia passione per essa. Non si sa bene come, ma quella stessa montagna, con le sue rocce e la sua neve, mi ha fatto cadere per oltre 100 metri, lasciandomi comunque in vita. Mi godo la calma del parcheggio vuoto, diverso da ieri quando era pieno e caotico. Osservo i colori dell’alba e mi riaddormento. Ma il sonno dura poco: gli infermieri mi svegliano per il giro mattutino. Sono nella prima stanza, quindi ho l’onore di aprire le danze.

Mi rendo subito conto che qui le procedure sono molto diverse rispetto al San Gerardo. Vengo spogliato, esaminato, e mi danno la terapia farmacologica. A un certo punto, un infermiere si avvicina e comincia a farmi domande sulla mia situazione intestinale. Obiettivamente, ho avuto problemi al San Gerardo, ma sono convinto si siano risolti. Ritrovarsi improvvisamente immobilizzato in ospedale e doversi fondamentalmente fare la cacca addosso non è semplice. Se all’immagine, già di per sé devastante, si aggiunge la postura, la conseguente assenza di spinta gravitazionale, l’immobilità e la massa farmacologica, il quadro si scurisce ulteriormente con la stipsi.

L’infermiere insiste, mi fa girare sul fianco e mi infila un dito nel sedere. Non una volta, ma due. Cerca di eseguire una manovra, ma il dolore è insopportabile. Nonostante sia fisicamente debilitato, trovo la forza di reagire con aggressività, dicendogli di non azzardarsi mai più a toccarmi in quel modo. Il dolore è lancinante, e la sensazione è insostenibile. Sono totalmente impotente nella mia condizione, ma sono convinto di poter far valere le mie ragioni. Inoltre, purtroppo, sono diventato particolarmente sensibile nella zona; con grande stupore di tutti, la mia sensibilità lì è ottima. Per fortuna o purtroppo, sento tutto.

Al San Gerardo, il problema intestinale era dovuto a un fecaloma che si stava formando, bloccando il normale transito intestinale. La situazione si risolse nel cuore della notte, quando due infermieri sbloccarono la circolazione con un congegno che penso sia stato ideato da un mago della tortura. Le provarono tutte prima del “mostro” finale, ma nulla sembrava funzionare e il dolore era insopportabile. Nonostante la situazione, trovai la prontezza di scherzare, dicendo che stavano per essere artefici e testimoni della mia “perdita di verginità anale”. Quel momento è stato devastante, sia fisicamente che psicologicamente. Per non parlare poi di quando il trattamento fece effetto. Ringrazio l’immobilità che mi impedì di guardare la scena splatter che creai. La difficoltà di dover fare la cacca in quel modo e l’umiliazione di chiamare qualcuno per essere pulito è qualcosa che non augurerei a nessuno. È una vergogna che ti segna nel profondo. Non riesco a descrivere la verecondia e il dolore di quell’esperienza, ma è stata una delle notti più difficili della mia vita.

L’unico spiraglio di benessere è stato un mio amico, Lorenzo, che, totalmente consapevole della situazione, mi chiese di fare la cacca in sua presenza. Anzi, per essere più precisi, mi chiese di farlo a comando. Sarà stata la simpatia del momento o il bisogno di aggrapparsi a qualcosa di bello, ma riuscii nell’impresa. Valerio l’immobile, caga a richiesta.

Per la pipì è più semplice: ho un catetere dal risveglio e non devo preoccuparmi. Ma per il resto, è un incubo. Essere sporco, chiamare qualcuno per pulirmi e dire “ho fatto i miei bisogni” è un’angoscia difficile da spiegare.

Una notte, mentre tremavo intensamente per la febbre, ho supplicato gli infermieri di coprirmi, ma mi è stato detto che non era possibile, per permettere ai farmaci di agire e fare in modo che la temperatura diminuisse. Preso dalla disperazione, ho fatto la cacca. Poi, per quanto assurdo possa sembrare, ho sfruttato quel calore per scaldarmi e addormentarmi. Al mattino successivo, ho chiamato gli infermieri per farmi pulire. Avevo troppo freddo e non sapevo cos’altro fare.

Ora, dover affrontare nuovamente qualcuno che vuole intervenire in quel modo è angosciante. Gli infermieri se ne vanno ed entrano gli OSS. Mi spogliano, tolgono l’ossigeno supplementare che devo ancora tenere durante la notte, rimuovono il collare e cominciano a lavarmi. Dall’incidente è la cosa più vicina a un bagno che mi ritrovi a fare o, meglio, ricevere. Mi tolgono i pochi vestiti e il fantastico pannolone che indosso da ieri, già parzialmente slacciato dal mio nuovo amico infermiere, e iniziano a insaponarmi e sciacquarmi. È un lavoro fondamentalmente a secco, niente acqua corrente, solo asciugamani umidi.

La sensazione è strana ma a tratti piacevole. Sicuramente ho perso sensibilità, in particolare sul braccio destro: oltre a non poterlo muovere volontariamente, fatico a percepire caldo e freddo. Gli asciugamani potrebbero essere lava o ghiaccio, non farebbe alcuna differenza. Il contatto con alcune zone del corpo, oltre a essere piacevole, riesce in qualche modo a ingannare le forti sensazioni di compressione che provo. Le spalle sono costantemente strette in una morsa di ganasce immaginarie, ai piedi indosso scarponi zuppi d’acqua e una pesante maschera schiaccia il mio viso. Quando strofinano queste zone, i fastidi sembrano svanire. Ovviamente si tratta di un’illusione effimera, ma comunque piacevole.

Sono un corpo morto nelle mani degli operatori. Mi girano e spostano, strofinano pisello, sedere, ascelle, faccia. Io, per quanto alcune sensazioni siano piacevoli, subisco e basta. Mi rendo conto che il mio margine di azione è pari a zero e, come se non bastasse, qualsiasi tentativo di movimento viene immediatamente placato, in particolare quello della gamba sinistra. Anche perché le braccia, per quanto possa concentrarmi e impegnarmi, non si muovono. Solo la sinistra accenna qualche debole segnale di ripresa. Per il momento, il mio obiettivo è quello di raggiungere la destra, così da auto massaggiarmela o almeno appurare se le dita siano stese o meno.

In pochi minuti, i ricordi delle albe in montagna vengono spazzati via dalla realtà di questo momento: una situazione fatta di immobilismo e totale dipendenza dagli altri. Dipendo dagli altri per i bisogni, per mangiare, per bere, per lavarmi. Non sono capace di fare nulla. Tutto ciò che ero, tutte le mie capacità, sono svanite. Sono completamente dipendente.

Se dovesse succedere un’emergenza, non sarei in grado di muovermi. Non so come riesca a trattenere le lacrime, ma questa consapevolezza è devastante. Più ancora del dolore fisico, è la coscienza di questa condizione che mi distrugge. Per una persona abituata a muoversi e a trovare nel movimento stesso sfogo ed espressione, è una condanna brutale. Impossibile provare gratitudine per essere sopravvissuto: sono letteralmente immobile e non riesco a immaginare quanto tempo ed energia ci vorranno per ottenere il minimo risultato. E soprattutto, quanto posso realmente recuperare?

Sono distrutto, moralmente e fisicamente. E, in questo momento, non so come andare avanti.

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