Faceva freddo. Dannatamente freddo. La vista sembrava trasformata in una gigantesca ragnatela bianca, vuota al suo interno. Solo quella trama e un denso fumo che avvolgeva tutto. Qualcosa sembrava intravedersi in lontananza: forse un prato, forse degli alberi. Ma era difficile capire, perché il gelo permeava ogni cosa.
La sensazione era intensa e unica: tremare. Senza sosta. Un tremore che pareva inarrestabile, un tormento che non si poteva fermare. Quel freddo, così pungente e implacabile, si insinuava nelle ossa fin dentro l’anima. Eppure, in quei rarissimi attimi di lucidità che emergevano dal caos, sembrava quasi di sentire il calore di agosto. Un caldo distante, irraggiungibile. Cercava di guardarsi: il braccio, la maglietta a maniche corte. Era effettivamente agosto, ma il freddo rimaneva. Non aveva senso.
Respirava in modo affannoso, un ritmo così veloce da sembrare impossibile. Il respiro era più rapido del vortice di confusione che gli inghiottiva la mente. Non sentiva più i piedi. Né le gambe. Solo il freddo. E non riusciva a capire dove si trovasse. Il braccio destro, nudo, era visibile, ma oltre non distingueva nulla. Vedeva poco e sentiva tanto. Il respiro era frenetico, come dopo una corsa disperata. Fosse stato inverno, la sensazione di freddo sarebbe stata adeguata, ma da quei respiri così intensi e frenetici ne sarebbe derivata una condensa in uscita da naso e bocca.
Non c’era fatica fisica, ma qualcosa di diverso, più profondo. Qualcosa di sconosciuto.
Si guardò intorno, o almeno ci provò. A destra, a sinistra, sopra, sotto… ma gli occhi riuscivano a puntare solo davanti a sé. La ragnatela bianca era ancora lì. Immensa. In mezzo a quel nulla, un odore lo colpì. Era acre, intenso. Un misto di bruciato e qualcosa di chimico, di innaturale, che si infilava nelle narici. E poi quella pressione sul torace: un peso opprimente, schiacciante, che rendeva ogni respiro ancora più difficile. Sembrava di non riuscire mai a prendere abbastanza aria. La testa non poteva muoversi, nulla sembrava capace di alcun gesto; solo torace e pancia sembravano vivere di natura propria mentre combattevano contro questa misteriosa pressione.
Era chiaro che stava entrando nel panico. Ma perché? Non riusciva a capirlo. Né a vedere con chiarezza. Ogni movimento dello sguardo era vano: tutto restava offuscato. Solo quella ragnatela bianca, e lontano, appena percettibili, forse alberi, forse un prato.
Poi, piano piano, qualcosa cambiò. La ragnatela iniziò a scurirsi. A diventare più piccola. Sempre più piccola. Sempre più scura. Finché non rimase nulla. Solo il buio.

I bambini giocavano nel prato, correndo come forsennati attorno a quei giochi. L’altalena, lo scivolo e le altre costruzioni di legno di recente installazione sembravano attrarli, ma fino a un certo punto. In realtà, sembrava che il loro interesse si rivolgesse altrove, verso qualcosa di più grande, un gioco che solo loro potevano comprendere. Uno schema invisibile, un sistema le cui regole e obiettivi erano noti soltanto a loro.
Visti da fuori, sembravano tanti piccoli ingranaggi che si muovevano in modo caotico. Eppure, osservandoli con attenzione, il modo in cui agivano, con energia, dedizione e una determinazione incredibile, suggeriva che uno schema dovesse esserci per forza. Seduto lì, immobile, un genitore li osservava con curiosità e fascino, cercando di capire cosa potesse spingere quegli esseri così piccoli e indifesi a mettere così tanta energia in un’attività che, vista dall’esterno, sembrava priva di logica.
Rifletteva su quanto fosse bella la spensieratezza dell’infanzia. Un’età magica, unica, destinata a non tornare mai più. C’era qualcosa di speciale in quei movimenti frenetici e vitali, così vivi e insieme incomprensibili. Avrebbe voluto dirglielo, a quei bambini: “Godetevela, vivetela appieno. Giocate con ancora più intensità, con ancora più entusiasmo, perché questi momenti non torneranno. Questa spensieratezza, questa magia di seguire la propria immaginazione, non ritornerà mai più.”
Purtroppo, nella vita adulta, la capacità di lasciarsi guidare dall’immaginazione è rara, e quando accade non ha mai più quella leggerezza dell’infanzia. Da bambini, però, c’è una consapevolezza inconscia che rende tutto più sicuro: se mai l’immaginazione ti portasse a fare qualcosa di sbagliato o pericoloso, ci sarebbero comunque genitori, nonni o adulti pronti a intervenire.
Era una bellissima giornata di luglio, e la scuola – o meglio, la scuola materna – era finita da un pezzo. I due bambini erano in una fase di transizione: uno stava per iniziare le elementari, mentre l’altra era appena passata dall’asilo nido alla scuola materna. Un limbo, quello, in cui si è abbastanza grandi da avere una minima indipendenza, ma ancora troppo piccoli per lasciare l’infanzia. Per un genitore, quegli anni sono speciali. Difficili, certo, perché vorresti proteggerli da tutto e allo stesso tempo prepararli alla vita. Ma vorresti anche preservare quella leggerezza con cui affrontano ogni cosa, dove il problema più grande del mondo può essere un piatto di verdure che non vogliono mangiare.
Era stupendo guardarli. Una lacrima minacciava di scendere, mentre li osservava muoversi con quella gioia contagiosa che sembrava nascere dal nulla. Gli oggetti del parco avevano un’importanza marginale: anche senza scivoli o altalene, avrebbero trovato il modo di giocare. Quella magia era soprattutto nell’unità tra loro, nella complicità tra fratelli. Nonostante la piccola differenza di età – che a quell’età può sembrare immensa – c’era già un legame fortissimo.
Il fratello maggiore sembrava voler proteggere la sorellina, mentre lei si lasciava coccolare con entusiasmo. Si percepiva, quasi senza volerlo, che lui fosse già il suo piccolo eroe. Più del papà, che da lontano li osservava, galvanizzato dallo spettacolo unico a cui stava assistendo.

Il freddo era tornato. E con esso, lentamente, quella ragnatela bianca cominciava a riapparire. Il respiro era ancora dannatamente veloce, ma forse un filo più regolare rispetto a prima, come se la capacità polmonare si fosse quasi normalizzata. Le violente contrazioni del torace, schiacciato da un peso invisibile, si facevano meno frequenti. E in mezzo a quell’odore pungente, fastidioso, sembrava riaffiorare un minimo di memoria: la cognizione di ciò che era accaduto.
Gli occhi parevano recuperare un accenno di visione periferica. Ma poi, un dettaglio: il braccio, l’unico visibile, che tremava meno, era coperto di sangue. Sì, doveva essere sangue. Non riusciva a sentirne la consistenza né a percepirne l’odore, ma quel colore non poteva essere altro.
Mentre lo sguardo era ancora fisso su quella dannata ragnatela, riusciva a percepire solo il proprio braccio. Come se la percezione delle cose, di tutto, fosse ridotta a frammenti. La sensazione di freddo continuava, ma ce n’era un’altra, peggiore: la pressione sul petto, un’inerzia che sembrava impossibile da combattere. Era stanco, estremamente stanco. Una stanchezza non solo fisica, ma qualcosa di più profondo, che sembrava risucchiarlo verso il basso.
Il respiro, un tempo forsennato come un cavallo al galoppo, aveva rallentato troppo. Non era più la furia disperata di chi vuole fuggire, ma il passo di un animale esausto, al limite delle proprie forze, pronto a crollare. E quella sensazione, quella spirale discendente, gli faceva capire che qualcosa si stava spegnendo dentro di lui. Quello che gli pareva essere un miglioramento era in realtà la fase terminale di una discesa mortale.
Non riusciva a rendersi conto di cosa stesse accadendo. Non percepiva dolore, nonostante il sangue che ricopriva il suo braccio. Non sentiva neppure le gambe, come se la parte inferiore del corpo fosse scomparsa. Rimaneva solo quel peso insopportabile sul petto e, davanti a lui, la ragnatela, enigmatica, impossibile da comprendere. Lontano, appena visibili, forse alberi, forse un prato.
Iniziò a piangere. I singhiozzi lo scuotevano, ma erano strozzati, frammentati. Provò a urlare, a parlare, ma non ci riusciva. Era debolissimo, una macchina che non rispondeva più ai comandi. Qualcosa gli bloccava la gola, un ostacolo indefinibile, come il silenzio che tutto d’un tratto calò intorno a lui.
Poi, improvvisamente, il buio. Di nuovo.

Mentre osservava i bambini giocare, tutto d’un tratto venne colto di sorpresa da due mani calde che si appoggiarono intorno al suo collo. Non fu necessario girarsi per vedere a chi appartenessero: contemporaneamente al tocco di quelle mani arrivò l’incredibile fragranza di lavanda che da sempre lo accompagnava. Una sensazione talmente scritta dentro di lui che sembrava quasi appartenergli da sempre, anche se, in realtà, quelle mani gli appartenevano solo da qualche anno.
Quelle mani non erano soltanto le mani della persona che lo amava. Erano mani che significavano molto di più, legate a una circostanza incredibile. Un tocco, un odore, che sarebbero rimasti per sempre nella sua mente, qualsiasi cosa fosse successa. La cosa incredibile era quel profumo di lavanda: non il risultato di qualche sapone o magico rituale di pulizia, ma probabilmente qualcosa di innato, scritto nel codice genetico. Era talmente forte e intenso che, in una precisa circostanza, era riuscito ad arrivare alle sue narici con una forza incredibile, superando odori ben più forti e spiacevoli.
Adesso quelle mani così delicate e profumate, dopo averlo salutato, stavano facendo una delle cose che più amava nella vita: lo stavano massaggiando e accarezzando. Un movimento ritmico e lento, intenso, che partiva dalla cervicale e scendeva fino alla base del trapezio. C’era qualcosa di magico, profondamente ancestrale, in quel movimento che sapeva di cura, affetto, amore e passione. Era un movimento che letteralmente adorava.
Lei si limitò a chiedergli se i bambini avessero già colorato i vestiti delle tinte del prato su cui stavano giocando. Lui, ridendo, le rispose che ovviamente i vestiti avevano già preso la stessa colorazione del manto erboso e che probabilmente sarebbe stato meglio buttarli direttamente. Ormai era quasi una pratica usuale, dopo due o tre lavaggi, buttare via quei completini. All’inizio si erano sforzati di comprare non abiti di marca, ma comunque qualcosa che incontrasse i loro gusti, soprattutto per come vestiva i loro bimbi. Alla fine avevano ceduto all’esigenza della praticità, acquistando materiale usato e d’occasione, senza dare troppa importanza a come apparissero vestiti.
Anzi, spesso i due bimbi, femminuccia da una parte e maschietto dall’altra, entrambi con un taglio di capelli simile a un caschetto arruffato e tendente al riccio, finivano spesso con l’essere scambiati. Ma alla fine erano splendidi così, anche con abbinamenti assolutamente improponibili sia per tipo di vestiti sia per colori. Era diventato un po’ il loro marchio di fabbrica: sembravano i fratellini arcobaleno.
Erano dannatamente belli, non solo per i loro genitori, ma per chiunque li osservasse, perché trasmettevano unione e complicità, pur mantenendo quella naturale competizione che inevitabilmente esiste tra fratelli così vicini. Erano stati entrambi voluti e desiderati con tutto il cuore, il coronamento di un amore nato da una passione sfrenata, che ora si era trasformata in una quotidianità fatta di gesti concreti e profondi.
Lei smise di accarezzarlo o, meglio, di massaggiarlo con quei movimenti che lui adorava, e si sedette accanto a lui. Si scambiarono uno sguardo felice, mentre i loro bambini sembravano più impegnati a tingersi i vestiti strisciando sull’erba che a giocare davvero. A ogni scivolata e macchia scoppiavano a ridere, si prendevano per mano e si avvicinavano con le spalle, viso contro viso. Erano felici, dannatamente felici. Una felicità che nessuno, dall’esterno, avrebbe potuto comprendere fino in fondo e che forse qualcuno avrebbe persino scambiato per qualcos’altro, ma loro lo sapevano: erano davvero felici. Certo, le apparenze suggerivano il contrario, ma era impossibile non cogliere quell’unione così profonda.

La sirena dell’ambulanza lacerava la notte, correndo verso l’incidente con una velocità che sembrava trascinare via ogni pensiero. Lei, seduta nel retro, cercava di mantenere il controllo. Il codice rosso li spingeva a un’urgenza che non lasciava spazio a dubbi: c’erano vite da salvare, e ogni secondo contava. Il ritmo martellante della sirena sembrava sincronizzarsi con il battito del suo cuore, un tamburo incessante che le ricordava l’importanza di ogni istante. Ogni volta che sentiva quel suono, si ripeteva di essere pronta, ma ogni chiamata era una storia nuova, una sfida inaspettata.
Non poteva farci nulla: il respiro accelerava con la stessa velocità del mezzo. Provava a controllarlo, ma sembrava scappare alla sua volontà, spinto da forze invisibili. La pratica sportiva assidua e il passato agonistico non potevano nulla contro quell’impeto. Forse solo l’esperienza avrebbe potuto fungere da tranquillante e moderatore.
Faceva servizio solo da pochi mesi, un periodo troppo breve per abituarsi al caos, al rumore, alla pressione che ogni emergenza portava con sé. Eppure, aveva scelto quel percorso con la consapevolezza che il suo lavoro di fisioterapista, per quanto importante, non le bastava più. Fin da piccolissima aveva nutrito il senso di cura verso gli altri; non sapeva quale sarebbe stato il suo futuro, ma era certa che si sarebbe dedicata a chi aveva bisogno. Lavorava in un reparto traumatologico, affrontando ogni giorno pazienti con storie di dolore, privazione e, qualche volta, rinascita. Tuttavia, sentiva che mancava qualcosa: un intervento immediato, il poter essere lì, sul campo, dove ogni secondo fa la differenza tra la vita e la morte. Così, quasi senza pensarci troppo, si era iscritta al corso per diventare soccorritrice.
Mentre l’ambulanza lasciava le ultime abitazioni per inoltrarsi nel buio della campagna, la mente provava a distrarsi pensando a quanto dovesse essere spettrale quel luogo d’inverno, avvolto dalla nebbia. Ora, in piena estate, c’era solo il caldo, opprimente anche di notte. Era agosto, e l’afa sembrava un velo pesante steso su tutto, rendendo ogni respiro più faticoso. Il GPS indicava la strada, un intrico di curve e incroci che sembravano condurli verso il nulla. L’unico suono era quello della sirena, un urlo che spezzava il silenzio della campagna addormentata.

Quando arrivarono sul posto, lo scenario era surreale: tre auto disseminate nei campi, ognuna un’isola di metallo e devastazione. I fari dell’ambulanza illuminarono l’area, rivelando le sagome distorte dei veicoli. Era difficile credere che fossero state automobili: sembravano piuttosto sculture deformate, testimonianze mute di un impatto violento e devastante. Alcuni passanti erano già intervenuti, un fatto anomalo per una zona così isolata. Si divisero per verificare le condizioni dei feriti, una sorta di triage in attesa dei rinforzi.
Lei si diresse verso l’auto più distante, quella che sembrava gettata lontano dalla strada da un gigante arrabbiato. Il veicolo era irriconoscibile, un ammasso di lamiere accartocciate che emanava ancora calore, come se fosse vivo. Avvicinandosi, sentì il silenzio assoluto, rotto solo dal ronzio delle zanzare. L’odore di benzina e olio bruciato le invase le narici. Era acre, pungente, e le fece pensare al rischio di un incendio. Le tornò in mente immediatamente una delle prime regole del corso: la sicurezza del soccorritore viene prima di tutto. In lontananza si sentivano i pompieri avvicinarsi, ma qualcosa dentro di lei la spingeva a procedere comunque. Il cuore le batteva dannatamente forte mentre avanzava cautamente, a stento controllando il respiro e stabilizzando il fascio di luce della lampada frontale.

Il parabrezza era ridotto a una ragnatela intricata, un mosaico di crepe che rifletteva debolmente la luce. Attraverso i vetri intravide una figura schiacciata contro il parabrezza. Sembrava impossibile che fosse viva. Si avvicinò dalla portiera laterale e vide uno spettacolo crudele: il corpo del conducente era compresso contro il volante, il torace schiacciato, immobile. Nonostante fosse impossibile fare una diagnosi immediata, era perfettamente conscia del fatto che traumi del genere lasciavano il corpo in preda a convulsioni e spasmi nel disperato tentativo di catturare aria, mentre forze invincibili lo schiacciavano. Non c’era traccia di quella devastante lotta: i movimenti respiratori erano assenti o minimi. Quasi per empatia, anche le sue funzioni vitali sembrarono rallentare. Il respiro quasi mancò, come se d’un tratto non avesse più fame d’aria.

Con cautela, gli sentì il polso per controllare il battito. Lo sentì: c’era ancora vita. Quel battito flebile era una scintilla di speranza in mezzo a quel caos di metallo e silenzio.
Chiamò i colleghi con tutta la voce che aveva, sperando che non si trovassero in situazioni simili o peggiori. Ogni secondo era prezioso, ogni gesto cruciale. Nel frattempo, anche i pompieri arrivarono e iniziarono a preparare l’attrezzatura per liberare il ferito. Con mani ferme, per la prima volta in una situazione così critica, gli posizionò il collare cervicale. In quel momento, il contatto con quel collo freddo e caldo allo stesso tempo le trasmise una sensazione che non aveva mai provato. Nonostante i tanti corpi toccati nella sua carriera, quel tocco era diverso: era il tocco della vita appesa a un filo.

I pompieri lavorarono con precisione chirurgica, tagliando e piegando il metallo per creare uno spazio sufficiente. Lei e gli altri membri dell’equipaggio monitoravano i segni vitali del paziente, pronti a intervenire al minimo segnale di peggioramento. Ogni movimento era studiato, ogni attrezzo utilizzato con maestria. Quando finalmente riuscirono a estrarre l’uomo, il suo respiro era debole, ma c’era. Venne attivato l’elisoccorso, una procedura ancor più rara nel cuore della notte. Lei teneva la mano del paziente, un gesto semplice ma carico di significato. Sentiva il suo battito sotto le dita, una promessa di lotta e resistenza. In quel corpo martoriato c’era una forza magnetica che sembrava non lasciarla andare.

Quando gli elisoccorritori presero in consegna la barella, a stento lasciò quel flebile contatto. Non sapeva nulla di quell’uomo, ma un filo invisibile sembrava averli uniti.

Al risveglio, nulla sembrava riconoscibile, come se fosse stato catapultato in un universo lontano e sconosciuto. Il letto della terapia intensiva era una mecca intorno a cui si avvicendavano visi noti e pieni di speranza. Con incredibile fatica interagiva e non ricordava nulla di quanto successo. Nella sua mente vagava solo un intenso profumo di lavanda. Di quella notte, e della sua vita precedente a quel buio, ricordava molte cose, ma di quegli attimi nulla, solo quell’essenza così vivida e intensa. Mentre persone e dottori si alternavano, sembrava quasi disinteressato, incapace di agire e comprendere. Solo quel profumo lo confortava e lo coccolava.

Quando lesse la cartella clinica, gli bastarono poche righe per capire che il paziente in arrivo il giorno seguente era, a distanza di un mese, lo stesso che aveva soccorso nell’auto martoriata. Ci aveva pensato diverse volte, senza però mai approfondire la situazione. Una delle regole che tutti i suoi compagni di squadra le avevano insegnato – anzi, impresso nella mente – era quella di disinteressarsi completamente dell’esito del malcapitato una volta terminato l’intervento. I suoi pensieri si erano sempre limitati a un dialogo interno con sé stessa. Aveva letto qualche notizia sui giornali: prognosi riservata, coma. Niente di più. Si trattava di un uomo di circa trent’anni, leggermente più grande di lei. Si parlava di famiglia, ma non era specificato se avesse moglie o figli. Da una parte sperava che avesse qualcuno di vicino, qualcuno che potesse accudirlo e aiutarlo, oltre ai genitori o ad eventuali parenti. Dall’altra, vista la gravità della situazione, sperava che nessuno dovesse condividere un momento così difficile.

Troppo spesso, nel suo ruolo di fisioterapista, le passavano tra le mani persone in condizioni critiche. Forse, a soffrire di più non erano loro, vittime del loro destino, ma chi stava loro accanto. Era difficile accettare la vita che si prospettava per quelle persone: incapaci di camminare, prive di qualche arto, o destinate a non compiere mai più certi movimenti. Era una sfida nella sfida. Da una parte c’era la società che spingeva verso l’idea di una felicità per la vita guadagnata e non persa; dall’altra c’era la consapevolezza che, per quanto ci si impegnasse, certe cose non sarebbero mai tornate come prima.

Leggere quella storia, e poi quel nome – che sulla cartella aveva poca importanza – la fece sobbalzare. Il respiro accelerò e poi di colpo si placò, esattamente come quella notte. Decise di non dire niente ai suoi superiori, ma di prendere comunque in carico quel caso. Nei mesi successivi le erano capitati altri due incidenti simili, ma nessuno le aveva lasciato quella sensazione di legame che si era creata quella notte. Era decisa più che mai a sviscerare quel gomitolo di emozioni che si era formato dentro di sé.

La cartella clinica non lasciava dubbi sulla situazione del paziente. La lesione al midollo era totale. Tre vertebre lombari fratturate, più altre fratture e contusioni, lesioni interne e quasi due settimane di coma. Purtroppo, per quel ragazzo suo coetaneo, non ci sarebbe mai stata più la possibilità di camminare. L’unico futuro possibile era su una sedia a rotelle. Tutto ciò che si poteva fare era cercare di recuperare al meglio la parte ancora funzionale del corpo e renderlo il più autonomo possibile in una situazione di forte difficoltà.

Il tragitto dalla terapia intensiva alla struttura riabilitativa fu un interminabile susseguirsi di sofferenza e fastidio. Ogni buca, ogni dosso, ogni minimo avvallamento si trasformava in dolore puro. Eppure, per quanto intenso fosse quel dolore fisico, nulla poteva eguagliare il tormento interiore che lo divorava. I medici erano stati chiari, senza lasciare spazio a dubbi o speranze: non avrebbe mai più camminato. Davanti a quella realtà, ogni altra cosa perdeva significato. Il suo corpo, paralizzato dalla vita in giù, era ora un limite invalicabile. I suoi occhi, finalmente liberi dagli ematomi, potevano osservare il mondo intorno a lui, incluso quel corpo che, pur attaccato al resto, era ormai privo di vita e sensibilità.

Una volta sistemato nella nuova stanza, fu sottoposto alla consueta trafila di presentazioni: il primario, gli infermieri, gli OSS, una lunga sequenza di volti e parole di circostanza che scivolavano via senza lasciare traccia. Quando finalmente quel rituale sembrava concluso, il suo sguardo si perse nel parcheggio disordinato visibile dalla finestra, finché una voce lo interruppe. Era la sua fisioterapista. Troppo stanco, troppo triste, decise di fingere di dormire, sperando di sfuggire a qualsiasi interazione.

Tuttavia, senza che se ne accorgesse, la donna si avvicinò al letto. Fu allora che accadde qualcosa di inatteso: un’esplosione improvvisa e vivida dei suoi sensi. Quel profumo di lavanda, che lo pervadeva sin dal risveglio, era molto più di un ricordo sfocato. Non era un’illusione o una costruzione della sua mente: era reale, potente, inaspettato, come una scintilla nel buio. Nel silenzio più assoluto, si girò verso di lei mentre il respiro si fermava per un istante.

Si era fatto tardi. Entrambi chiamarono i bambini che, obbedienti, salutarono i compagni di gioco e corsero verso mamma e papà. Il papà chiese con voce altisonante: “A chi tocca il posto sulla carrozza reale?” Entrambi alzarono le braccia al cielo per rivendicare quell’incredibile privilegio, ma, non essendoci posto per entrambi, il maschietto cedette il posto alla sorellina e prese la mano della mamma, pronto a camminare verso la macchina.

Eccoli lì, apparentemente sfortunati eppure pieni di un entusiasmo contagioso. Per la piccola, viaggiare sulla carrozzella del papà era uno spasso: le sembrava di andare più veloce che in automobile con il papà che spingeva vigoroso le ruote. Per il piccolo, era come essere un cavaliere, mano nella mano con la mamma. In quell’assurdo quadretto c’era un uomo che aveva ritrovato la voglia di vivere e una donna che, dopo anni, aveva finalmente trovato il coraggio di prendersi cura di sé stessa e di qualcuno che fosse una sua estensione naturale, non un obbligo.

Nella forza di una persona a cui era stato tolto quasi tutto, lei aveva trovato l’energia per dare alla luce e crescere due splendidi bambini. Il concetto di cura aveva ora una dimensione totale, definitiva. In quel quadretto c’era una forza immensa, come se il giudizio degli altri non facesse altro che aumentarne l’intensità. Inspiravano vita ed espiravano amore, un passo alla volta, una spinta alla volta, senza perdere fiato.

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