Welcome to CTO. Il dardo è tratto. Il mio destino è deciso: la mia prossima residenza sarà il Centro Traumatologico di Milano, reparto medullolesi. La polmonite, finalmente, è migliorata. Ma, oltre a questa, negli ultimi giorni ho dovuto combattere con un malessere intestinale importante. Un’esperienza nell’esperienza che, manco a dirlo, avrei evitato. Se da una parte sono felice per il miglioramento della polmonite, dall’altra sono quasi dispiaciuto perché non mi verrà più somministrato quel farmaco che mi stava regalando un sonno fantastico. In sostituzione o, meglio, in aggiunta, mi hanno dato un antidepressivo che dovrebbe aiutarmi durante la notte. Non posso dire di avere degli incubi, proprio non mi ricordo nulla di quello che mi attraversa la testa durante il sonno. Anche se è molto presto per fare valutazioni specifiche, al momento non manifesto sintomi compatibili con lo stress post traumatico e ripensare al momento dell’incidente, in particolare all’impatto prima di perdere conoscenza, non mi crea problemi. Mi chiedo se in futuro manifesterò disturbi e se dovrò continuare con questi farmaci, o addirittura aumentare il dosaggio fino a dipenderne. Questo dubbio mi accompagna e mi turba. Sono qui, in attesa dell’ambulanza che mi porterà alla nuova struttura. Il personale cerca di non dare troppe informazioni, forse per non scoraggiarmi. In fondo tra poco non sarò più un loro paziente, qui gestiscono e smistano il peggio, sul filo della red-line. So perfettamente che sarà un percorso lungo, difficile, doloroso, costantemente in bilico. Tuttavia, il trasferimento mi dà l’idea di un nuovo inizio. Voglio essere parte attiva della mia vita, non un semplice spettatore passivo. Sono sdraiato immobile supino da quasi tre settimane. Ieri il fisioterapista ha provato a farmi sedere. Sembrava un gesto banale, qualcosa di semplice e scontato. Ero convinto che sarebbe stato, non dico facile, ma sicuramente non impossibile e bramavo quell’istante, convinto che mi avrebbe fatto sentire meglio, più vicino all’inizio di un percorso verso la normalità. Ma non è stato così. È stato un momento drammatico, forse uno dei più difficili della mia vita. La sensazione di squilibrio totale, il giramento di testa, la debolezza diffusa: tutto mi ha travolto. Ero incapace di trovare un centro di gravità, un equilibrio, come se il mio corpo non fosse più mio. Ogni muscolo sembrava urlare di fatica senza che io ne fossi direttamente responsabile. L’aspetto peggiore è che la totale assenza di equilibrio in posizione seduta è probabilmente l’ultimo dei problemi. Le mie braccia sembrano davvero delle protesi. Il destro, in particolare, è inerte, una presenza inutile e pesante. Riesco a muoverlo a stento, ma le dita sono come morte. Non ho alcuna capacità di controllarle, sono lì, attaccate al resto del corpo, ma completamente fuori dal mio controllo. Il sinistro va un filo meglio ma non è comunque in grado di raggiungere l’altro per aiutarlo. È una sensazione devastante: il mio corpo, un tempo forte e affidabile, ora è un enigma che non riesco a risolvere. Nonostante i fallimenti e l’incredibile fatica, il fisioterapista mi ha incoraggiato, spiegandomi che questi passi iniziali sono i più difficili, ma anche i più importanti. Mi sforzo di credergli, ma dentro di me c’è un mix di frustrazione e paura che non riesco a ignorare. Sappiamo tutti che si è rotto qualcosa che non si può aggiustare. Ho apprezzato tantissimo la narrazione della sua vicenda personale, una brutta caduta in bicicletta che l’ha tenuto lontano dalla strada e dallo sport per molto tempo, tuttavia, sebbene il quadro ortopedico fosse ben più grave del mio, fortunatamente per lui non c’erano componenti spinali. Mi domando quante persone ci siano o ci siano state in una situazione simile alla mia. Oltre a smuovere le braccia, flettere le caviglie e provare a stare seduto, parte del piccolo universo riabilitativo è composto da un boccaglio contenente delle palline dove soffiare per smuovere le stesse. Le piccole sfere sono stipate in due diversi parallelepipedi. Insomma, una sorta di spirometro. Se sei bravo, sollevi le sfere in entrambi i compartimenti. La prima volta a stento ho sollevato quelle della prima. Ad oggi, sulle prime ripetizioni riesco nel massimo risultato. Polmonite, lesione, operazione, ematomi vari hanno compromesso la mia capacità respiratoria. Se non altro, in concomitanza con l’assunzione per via orale del farmaco miracoloso per il mio apparato respiratorio e collateralmente per il mio sonno, ho ricominciato a bere quasi normalmente. Una cannuccia attraverso il tappo della bottiglietta è il mio nuovo bicchiere. Rimpiango il gusto dei gel, mi va di traverso una volta sì e una no, ma c’è della normalità in ogni sorso. Finalmente arriva l’ambulanza. Saluto il San Gerardo e il personale che mi ha curato e sostenuto fin qui. Il viaggio è breve, ma ogni scossa, ogni buca sulla strada, mi provoca dolore. La mia mente vaga e immagina il nuovo reparto: come sarà la stanza? Chi saranno i miei compagni? Mi figuro storie di persone come me, giovani, con traumi simili, vogliosi di mettersi in gioco per tornare alla vita vera, lontano da una struttura sanitaria. Provo a immaginare la palestra: semplice, funzionale, pronta a ospitare i miei sforzi. Il luogo perfetto dove rinascere. Mi accompagna il pensiero di quanto siano stati presenti i miei genitori in questo percorso. Da quando è successo tutto, non mi hanno mai lasciato solo. So quanto stia costando loro, non solo in termini di fatica fisica, ma soprattutto emotiva. Penso a mia madre, che ha dovuto mettere da parte il lavoro per starmi accanto. Ogni volta che la vedo, non posso fare a meno di quantificare quanto io le stia chiedendo, quanto il mio dolore sia anche il suo. Non sono genitore, ma posso solo immaginare cosa significhi affrontare la paura di perdere un figlio e poi accompagnarlo in una realtà che nessuno avrebbe mai immaginato. Mentre lascio fluire questi pensieri, mi interrogo anche su quanto le nostre vite siano ormai totalmente impregnate dall’aspetto lavorativo ed economico. Sono sicuro sia normale empatizzare con lo stordimento dovuto alla realtà di un figlio in fin di vita e poi forse destinato a una vita da invalido. Meno certo si debba pensare ai problemi che una persona possa avere a livello lavorativo per poter assistere un parente in fin di vita. E mio padre. Lui si sforza di mostrarsi forte, di sostenermi con la sua presenza e le sue battute che cercano di alleggerire il peso di ogni giornata. A volte ci riesce, altre no, ma in ogni caso regala attimi indimenticabili. Se il futuro lo permetterà, sono sicuro ci sarà spazio per una bonaria allegria. Li guardo e mi sento sopraffatto da un senso di colpa che cerco di scacciare. Mi sforzo di ripetermi che non è colpa mia, no: non me la sono cercata. Purtroppo, il più delle volte l’esito dei miei tentativi è disastroso. Poi c’è mio fratello. Sempre discreto, sempre pronto a offrirmi un aiuto pratico o un consiglio quando ne ho bisogno, nonostante i molti anni che ci separano. Con il suo modo di fare diretto, riesce a sdrammatizzare, per quanto possibile, e allo stesso tempo a trasmettermi energia. È una presenza costante, ma mai avrei voluto si trovasse a dover essere forte per me in queste circostanze. Nessuno se lo merita, a maggior ragione un giovane come lui. Nella totale tragicità degli eventi, rivedo per la prima volta mamma e papà assieme da quando divorziarono quasi 30 anni or sono. Mia mamma si è rifatta una vita, mio fratello è figlio di seconde nozze, mentre papà non si è mai più legato sentimentalmente. È strano, per quanto debole e preda di infiniti pensieri, mi stupisco di questa cosa e cerco di immaginare come sia il dietro le quinte della terapia intensiva. E come non pensare ai miei amici e colleghi? Hanno fatto sentire la loro vicinanza in modi che non mi aspettavo e con una forza inimmaginabile. Tutto questo mi aiuta a non sentirmi solo. Sono persone che condividono con me ricordi, sogni, passioni, e ora sono qui, a tenermi la mano, metaforicamente e non solo, anche nel momento più difficile della mia vita. Mi sento incredibilmente grato per loro. Poi c’è lei, Serena. La mia roccia, la mia luce in mezzo al buio. Non c’è modo di descrivere l’amore che provo per lei. È un amore sconfinato, quasi irrazionale, che a volte mi spaventa per la sua intensità. Ma la amo, e lo faccio con tutto me stesso. Averla accanto è come trovare un raggio di sole in un cielo plumbeo che lascia spazio solo a tristi presagi. Eppure, dentro di me c’è un conflitto. Ho preso una decisione: se il mio futuro sarà su una sedia a rotelle, non ci sarà più un noi. Mi sento irremovibile e assolutamente deciso. Non voglio legarla a una vita che non può darle tutto ciò che merita. Ma se c’è anche solo una possibilità di tornare a camminare, farò l’impossibile per essere all’altezza del suo amore. Dal secondo risveglio non posso dire di essere stato realmente in me, sento di essere molto lontano da una lucida consapevolezza, a tratti estraneo a me stesso, preda di voli pindarici e di un infinito sconforto. Il desiderio e il bisogno della mia Serenella, della mia pallina, sono ancestrali, frutto di sentimenti davvero profondi e radicati. Indipendentemente dall’epilogo di questa vicenda, e seppur realmente vittima di quanto successo, sono certo che non potrò mai perdonarmi per il dolore che certe situazioni creano. Arrivo al nuovo reparto e il primo impatto è straniante. L’edificio è vecchio, ma non mi importa, confido nella qualità del personale, ignorando l’assenza di alternative. Credo ciecamente nella sanità pubblica, ben oltre gli svariati scandali e inchieste. Trovarsi in Lombardia deve essere un valore aggiunto, a maggior ragione per la gravità delle mie condizioni. Non so molto di questo posto e credo di non esserci mai stato. Mi portano nella stanza numero uno, entro in contatto con i primi membri dello staff che si occupano del “passaggio” dalla lettiga dell’ambulanza a quello che sarà il mio nuovo letto. Questo momento e questa parola diventeranno cruciali e ricchi di un significato profondo: passaggio di nome e di fatto. Mi ritrovo da solo in compagnia di mamma e papà che si occupano di sistemare i miei pochi oggetti nel nuovo armadio. Con mia grande sorpresa il reparto è stato ristrutturato da poco e stona positivamente con il resto della struttura. La camera sembra letteralmente nuova. Non so ancora se essere solo sia una cosa bella o brutta. In sub-intensiva avevo, se così si può dire, un compagno di stanza. Per via del collare credo di non essere mai realmente riuscito a guardarlo. Ricordo solo i medici esprimere, purtroppo, pessime aspettative e i famigliari prodigarsi nel cercare di attirare la sua attenzione. Svariate persone mi hanno espresso disappunto per il chiasso che creavano; in tutta onestà, strafatto di fentanyl, non percepivo questo fastidio. Ricordo anche una signora, lontana dalla mia posizione, lamentarsi intensamente e ripetutamente, a qualsiasi ora. Anche qui, per quanto possa essere potenzialmente fastidioso, non riesco a percepire la cosa in maniera negativa. Una delle cose più strane e disarmanti di questa condizione è la totale assenza di propriocezione, non solo del mio corpo ma in generale della mia figura rispetto all’ambiente. Se mi chiedessero oggi di descrivere la struttura del reparto entro cui mi sono mosso, non saprei da dove cominciare. Fatta eccezione per le due differenti finestre, non ricordo nulla. Solitamente so sempre dove sono, e l’orientamento è sempre stato una mia specialità. Non faccio in tempo ad abituarmi al mio nuovo letto quando iniziano a entrare i primi membri del personale. Primario, medici di reparto, infermieri, OSS: credo sia la prassi, ma mi sento ugualmente lusingato e mi convinco del fatto che, in qualche maniera, la mia figura susciti curiosità. Poi arriva Giulia, la fisioterapista che mi seguirà. Giulia è giovane, non particolarmente sportiva a prima vista, ma in forma; trasmette calma e sicurezza. Ha un tono di voce rassicurante e mi spiega che ogni passo del percorso sarà graduale. La osservo, cercando di capire se sarà una di quelle fisioterapiste che vedono i pesi come un nemico, o se saprà adattare la sua conoscenza al mio passato da atleta. Non lo so ancora, ma mi piace pensare che mi capirà. Il primario, un uomo dall’aria autorevole ma apparentemente non distaccata, parla con competenza, scegliendo parole misurate che non promettono miracoli ma trasmettono fiducia. Mi spiega cosa mi aspetta nelle prossime settimane e sottolinea l’importanza della mia collaborazione. Ogni incontro con il personale aggiunge un tassello al mosaico di questo nuovo capitolo. Ognuno ha un ruolo ben definito, e tutti sembrano pronti a darmi supporto. Nonostante l’ambiente sconosciuto, mi sento un po’ più sereno. Vedo nei loro occhi una dedizione che mi rincuora. Penso ai miei genitori, a mio fratello, agli amici, ai colleghi e a Serena. Voglio fare tutto il possibile per loro, perché meritano di vedermi in piedi, di nuovo parte attiva della mia vita. Mi preparo al sonno finalmente vestito e non più coperto da un semplice camice. È una conquista minima ma comunque un passo verso la lontana normalità. Un’altra grande conquista è l’utilizzo del telecomando. Non ho la televisione da anni; tuttavia, azionare i tasti con la mano sinistra, per quanto difficile, è un ulteriore accenno di autonomia, e cerco di intrattenermi con qualche programma. In realtà, il sonno arriva molto presto. Mi addormento nella solita posizione, tenendo a portata della mano sinistra il campanello che mi permette di avvisare il personale qualora ne avessi bisogno.

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