San Gerardo semi-intenso

Dalla intensiva alla semi-intensiva è un grande passo. O, almeno, lo è per parenti e amici del ricoverato. Caronte viaggia al contrario, lontano dagli inferi. Il sollievo intorno a me è palpabile. Personalmente l’unica differenza che apprezzo è di avere una camera con più luce e una fantastica vista sulla piazzola dell’elicottero.
Centinaia di volte ho esclamato guardando gli aeromobili del CNSAS: “speriamo non si sia fatto troppo male”.
Non parlo di presagio, non ci credo, però una parte di me è sempre stata convinta che prima o poi avrei picchiato duro. Credevo sarebbe stato con la moto, sull’asfalto o contro una macchina. Tralasciandone l’estrema bellezza, uno dei fattori che ha sempre contribuito ad affascinarmi dell’alpinismo, è la sua intrinseca mortalità.
Può sembrare assurdo ma per me pensare che, se le cose fossero andate male, l’unico epilogo possibile sarebbe stata la fine, mi dava estrema sicurezza.
Al contrario la moto, tremendamente volubile in caso di incidente, ha sempre lasciato una certa paura di sottofondo. L’idea della paralisi mi ha sempre angosciato.
Et voilà, eccomi servito.
Semintensiva, oltre che di differenti visuali, è anche sinonimo di prime verità. Complice un dosaggio farmacologico leggermente meno stordente, vengo gradualmente informato sul mio stato di salute. All’interno del quadro poli traumatico, sono riuscito nell’incredibile impresa di fratturare ben due vertebre cervicali.
La rottura ha comportato una lesione del midollo protetto al loro interno. Per mettere in scurezza il tratto di colonna, e per salvarmi la vita, è stata necessaria un’operazione di stabilizzazione.
Il giorno immediatamente seguente al mio recupero, poco dopo la mia performance anglofona, mi hanno inciso il collo, spostato la trachea ed infine costruito un’impalcatura intorno al rachide cervicale.
Morirò con del metallo nel collo, l’intervento non è reversibile.
Chiunque abbia un minimo di domestichezza medica può misurare quanto sia raro sopravvivere a una duplice frattura cervicale, ancor di più se si pensa che il midollo interno è parzialmente e non totalmente lesionato.
Non è necessaria nessuna competenza medica invece, per apprezzare la quasi unicità di un corpo che sopravviva a 100mt di caduta.
Ecco, io proprio non ci penso.
Guardo gli elicotteri atterrare e decollare, analizzo ogni secondo quello che posso del mio corpo e mi maledico.
Come ho già detto e ripeterò altre volte, la gratitudine è lontana. Forse non arriverà mai.  Non giudicate, o quantomeno aspettate il quadro completo per farlo.
Non faccio domande per il momento, conosco abbastanza bene ogni cm della mia struttura per capire che le conseguenze ci saranno e non si fermeranno una semplice lunga convalescenza. Inoltre, temo che le risposte possano essere ancor più peggiori della mia consapevolezza. Sono immobile nella stessa posizione dal risveglio definitivo, le mani, che potrebbero aiutarmi trazionando e spingendo, non rispondono. La destra in special modo. Non riesco neanche a capire se le dita siano stese o meno, a chiunque mi si avvicini chiedo di stendermi le falangi, percependole flesse e bisognose di allungarsi. Nel 90% dai casi sono già stese.
La consapevolezza aumenta, e con essa il dolore. Continuo a muovere incessantemente, per quello che posso, le gambe. Lo faccio esclusivamente nell’estremo tentativo di tenere lontani i più oscuri presagi. Se la lesione midollare deve ancora mostrarsi nel pieno della sua forza, la parte ortopedica presenta già esiti chiari e netti. La lussazione posteriore del femore sinistro al momento non provoca dolori particolarmente intensi ma vengo continuamente sensibilizzato sull’importanza di non muovere quell’arto. Dall’altra parte la caviglia, il cui astragalo si è distaccato nella porzione laterale, lancia saltuariamente segnali di sofferenza, lasciandomi però la libertà di provare a muoverla.
Le spalle non sono messe bene. Le braccia non parliamone. In generale è tutta la porzione superiore del corpo a sembrare disconnessa dal corpo.
Non fossi certo che la paralisi non può colpire in maniera selettiva dall’alto verso il basso, penserei di essermi giocato quantomeno gli arti superiori.
Come se non bastasse l’assenza di sensibilità diffusa, avverto invece forte e chiaro una pesantezza diffusa sui piedi. Letteralmente mi sembra di avere ancora indosso gli scarponi. Le immaginarie calzature pesano e stringono, come se fossero zeppe di acqua gelida. Allo stesso modo sento una pressione fortissima sulle spalle, come se ancora avessi lo zaino, aggravato di una piombatura. Non mento se paragono la sensazione a due tenaglie che stringono forte sulle due articolazioni gemelle. E ancora, sulla testa percepisco casco e occhiali spingere fortissimo verso l’interno. Sui piedi e sulle spalle attribuisco queste sensazioni al trauma, mentre per il volto sono convinto si tratti dell’ossigeno supplementare. Purtroppo, nel momento in cui mi levano, almeno di giorno, il tubo, mi rendo conto che in realtà la mia testa è completamente libera. Al netto di una terapia farmacologica ancora importante, mi sembra di indossare una maschera di ferro.
Libero di vagare nei miei tormenti, mi domando quanto peserebbe tutto questo senza l’azione antidolorifica e a quale possa essere il mio orizzonte. Non so quanto dovrò restare qui ma soprattutto non so dove andrò e cosa farò. Non intravedo nessuna prospettiva rosea nel futuro, l’unica certezza assoluta è che devo ricominciare a muovermi. Conosco troppo bene il corpo umano per non sapere quanto l’immobilità sia dannosa per il sistema. Purtroppo, non ho idea di quando e come poterlo fare, anzi, più ci penso più mi rendo conto che sono davvero e totalmente bloccato.
Perché sono sopravvissuto?
A risollevare parzialmente il mio umore arriva un ragazzo giovane e dall’aspetto sportivo, è un fisioterapista. So di essere in una situazione grave, mi sento anche particolarmente stanco, continuo ad alternare stati di veglia a sonni improvvisi; tuttavia, sono anche consapevole che, se ci fosse anche una sola possibilità di migliorare, dovrei iniziare fin da subito.
Più il tempo passa, più l’assenza di movimento spegne il corpo. Proprio mentre Luca si presenta e mi spiega quello che proveremo a fare, ricordo di quanto fossi sfiancato prima dell’incidente. Una debolezza diffusa e intensa, dovuta all’impegno profuso nel cercare di uscire da uno stato mentale difficile. Ero ben lontano dal riuscire nel mio intento ma rammento bene anche quanto sentissi di essere nella giusta direzione. Quella giornata ero persuaso di aver aggiunto un tassello importante. Aver trovato Mark mi dava speranza, mi ero impegnato tanto e riponevo tante speranze in quell’incontro.
Mentre progredivamo mi sentivo davvero felice.
E invece, eccomi qua, distrutto, nel vero senso della parola, e chiamato a mettere forza ed energie, che non sento di avere, in un percorso di cui non vedo direzione, arrivo e soprattutto fermate intermedie.
Non sono convinto di farcela. Mi convinco di impegnarmi finché fattibile ed eventualmente poi mollare a sfinimento sopraggiunto.
Vorrei tanto sapermi dire, come mille altre volte, in ogni caso ce la farò e non mollerò, ma la mia testa ha voltato strada. Non so dove stia andando, sicuramente per essere sopravvissuto devo possedere un istinto di sopravvivenza non indifferente. So certamente di non avere la capacità di togliermi la vita volontariamente ma allo stesso modo sento che su quella montagna ci sarei rimasto volentieri.
Potrà sembrare un insulto alla vita e una totale mancanza di rispetto nei confronti di chi un prima e un dopo non l’ha avuto, ma il presente mi disgusta. Una vita dedicata al movimento, tenuta a galla dallo stesso nei momenti di difficoltà, confinata a chissà quali limiti motori. È vero, anche se non è ho ancora parlato, sono letteralmente circondato da amore e affetto, ma niente sembra valere la possibilità di muovermi come ho sempre fatto. Il filo conduttore, il motore, la chiave, soprattutto nei momenti di massima difficoltà, è sempre stata il movimento.
Ricordo sommariamente tutti i libri letti e i film visti in cui lo scontro con la morte abbia poi cambiato l’approccio alla vita dei protagonisti e delle persone vicine, se non addirittura di individui non direttamente coinvolti. Non dico di sentirmi in colpa, ma davvero, istinto a parte, non vedo ne sento un attaccamento particolare alla vita, anzi. L’unica vera ragione che mi sostiene è vedere quanta sofferenza la mia situazione generi nelle persone vicine. Un’onda di dolore che perde intensità con l’allontanarsi dalla mia figura. Mi spiace per loro, e nel farlo rifletto ancora di più su quanto la morte sia un problema di chi resta, non di chi se ne va. Pensando solo a chi mi sta vicina in maniera strettissima, mi chiedo se, col senno di poi, sarebbe stato meglio un lutto o una persona amata privata di quasi tutto quello che di più ama fare.
Gli interrogativi si quietano nel momento in cui provo a muovere le braccia. Il compito è assolutamente banale ma, purtroppo per me, ai limiti dell’impossibile.
Da sdraiato stendere le braccia verso l’alto. Nessun vincolo o resistenza. Su entrambe le braccia in prima istanza Luca deve aiutarmi, poi mi aiuta solo per il destro.
Non riesco neanche a riflettere pienamente su quanto un gesto di assoluta banalità mi stia costando una fatica incalcolabile. Spingo e basta. Mi sono già ripromesso che, quando sarò stanco mi fermerò, tuttavia in questo momento voglio solo riuscire in quello che mi è stato chiesto. Quattro serie per braccio da dieci ripetizioni, a tanto ammonta il mio primo allenamento. Fatico a chiamarla seduta riabilitativa. Sono distrutto. L’idea di essermi impegnato mi galvanizza, la testa e il corpo, seppur stanchi e non totalmente motivati, identificano la seduta come il primo passo di un percorso lungo e tortuoso ma fattibile, necessario. Nella più totale delle incertezze, riesco comunque a conciliarmi con quella parte di me che ha fatto della pianificazione e del raggiungimento degli obbiettivi un mantra. Nell’apice della follia, che probabilmente coincide con l’apice dell’effetto farmacologico, riesce addirittura a farsi strada l’idea del: ‘alla fine, costi quel che costi, tornerò più forte di prima’. È incredibile la mente umana. Fortunatamente l’euforia e l’effetto si attenuano riportandomi alla realtà di un corpo immobile il cui braccio destro non muove le dita e il sinistro non riesce neppure a utilizzare un telecomando.
Il giorno della mia prima seduta fisioterapica si conclude con una forte tosse e un film scelto a caso dagli infermieri di cui riesco forse a seguire i primi 15’.
Non do molto peso alla sintomatologia, la memoria non è al massimo delle capacità, ma sono già due mattine, da prima di essere promosso di reparto, che mi sveglio tossendo. L’unico particolare che mi sconvolge di questa attività di liberazione delle vie respiratorie è lo scrocchio delle vertebre lombari. La sensazione non è di per sé nuova ma avvertita in quel modo è qualcosa di angosciante. L’immobilità mi permette comunque di vedere perfettamente quanto in pochi giorni il mio tono muscolare sia peggiorato drasticamente, ma la sensazione di totale assenza di volume sulla zona bassa della schiena è terribile. Sono consapevole di aver sempre avuto quella che in gergo si chiama ‘una bella truccia’, eppure sembra non essercene più la minima traccia.
Mi addormento pensando a un corpo che non c’è più e quello che ne rimane non è di certo in ottime condizioni.

La tosse, oltre ad avere effetti osteopatici sulla mia schiena, si rivelerà poi essere un’avvisaglia della polmonite che di lì a poco mi colpirà. Nei pazienti intubati, per di più operati con spostamento dalla trachea, un’infiammazione delle piccole cavità polmonari è quasi una prassi. Purtroppo, nel mio caso la situazione verrà peggiorata dalla lesione al polmone sinistro. Saranno giornate impegnative, la prima terapia farmacologica non solo si rivelerà inefficiente ma addirittura peggiorativa, lasciandomi con i globuli bianchi sotto i piedi. Anche la seconda avrà scarsi effetti. Gli esami individueranno il batterio, tuttavia si tratterà di uno ‘sconosciuto’, quindi privo di una corrispondente trattamento. Solo al terzo giorno, un farmaco ‘generico’, si dimostrerà efficace e risolutivo nell’immediato. Sfortunatamente i postumi di questa infiammazione mi accompagneranno ancora per un po’.

Non mi sono mai drogato, oggi però per la prima volta in 36 anni ne capisco il lato ludico e ‘positivo’. Ieri sera, poco prima di addormentarmi, mi hanno somministrato per via orale un medicinale nuovo. Di colore verde, non solo aveva un sapore per nulla sgradevole ma in neanche 10’ ha quietato la tosse, abbassato la febbre e mi ha accompagnato nel miglior sonno che abbia fatto da quel maledetto 22 gennaio. Oggi, nonostante febbre, tosse e farmaci addizionali mi abbiano ulteriormente stancato, ho fatto la fisioterapia. Nella mia testa tengo fede al patto con me stesso, finché ne avrò mi impegnerò, poi mollerò il colpo senza dannarmi a superare i limiti come ho sempre fatto. Adesso terminate le visite e mangiato, il mio unico pensiero è prendere quel farmaco. Non solo si sta dimostrando efficace per la mia polmonite ma è anche in grado di regalarmi in pochissimo tempo in quel sonno meraviglioso.
Mentre aspetto la pozione magica penso che non mi manchi particolarmente il cibo, lo percepisco solo in funzione di materiale costituente il mio corpo. Vorrei mangiare per tamponare la disgregazione che mi sta colpendo. Allo stato attuale la mia alimentazione è costituita solo da cibi molli, pappine e liquidi. Appetito e gusto nono sono neanche nel raggio d’azione della mia mente, devo però ammettere che i gel assunti in sostituzione dei liquidi non sono affatto male. Non sono neanche passati 10 giorni e sono dimagrito vistosamente, come se non bastasse l’immobilismo devo anche fronteggiare un corpo che se ne sta irrimediabilmente andando.
La cosa divertente è che la mia corporatura, da che ho ricominciato a registrare quello che mi accade, è oggetto di domande e osservazioni. La domanda più frequente riguarda quale tipo di attività praticassi, mentre le considerazioni hanno una duplice valenza: la struttura fisica ha contribuito a salvarmi la vita; la disgregazione della stessa, soprattutto nei primi giorni, ha sovraccaricato parecchio i reni, già provati da un carico farmacologico importante.
Poco mi importa, qualsiasi cosa fosse o abbia fatto il mio corpo, se ne sta andando e sinceramente non vedo se e come potrò ricominciare a costruirlo.
Non mi concentro tanto sulla forma inteso come aspetto, ma soprattutto sulle performance. Nonostante una vita non più idonea a mantenere lo standard di un atleta, riuscivo comunque a mantenere quella che per me era una decenza in termini di forza, velocità e resistenza. Allo stato attuale delle cose da sdraiato fatico a stendere le braccia verso l’alto senza nessun tipo di sovraccarico.

Intorno a me si muove un mondo. Il mio grado di attenzione è basso, quasi nullo, la parte emotiva non funziona meglio. So cosa mi è successo, fortunatamente mancano le parti peggiori, ma il fatto in sé è fin troppo chiaro. Seppur ridotto alle minime funzioni cognitive riesco a comportarmi nella maniera migliore. Risposte di senso compiuto e deontologicamente corrette. Non riesco minimamente a compenetrarmi con il dolore che mi circonda ma so bene di non poter esprimere la sensazione di ‘sono fottuto’. Accenno a un vago senso di gratitudine, mento consapevolmente.
Pur ignorandone il funzionamento, so che la mia psiche sta facendo il massimo per ottimizzare le performance del processore. Siamo progettati per sopravvivere, questo sta accadendo. Per quanto cerchi di potenziare la percezione del mondo attorno mi è quasi impossibile percepire i reali livelli di angoscia e preoccupazione.
Come ho già ricordato, solo una volta, fortunatamente, mi è capitato di trovarmi in una situazione analoga, e nemmeno ero imparentato o vincolato direttamente con la malcapitata. Vivevo il trauma attraverso il mio amico e suoi genitori.
Qui di fianco a me ci sono: fidanzata, fratello, genitori, parenti vari, amici, colleghi.
Cosa gli passa per la testa? Cosa si prova a perdere o vedere in bilico chi si ama?
Sono troppo distante dalla realtà per provare a dare una risposta.
Non so se sia la mia natura pragmatica o l’istinto di sopravvivenza ma il primo e costante pensiero è quello di liberare subito chi tiene a me solo ed esclusivamente per scelta qualora si concretizzassero cupi orizzonti.
Amo troppo la mia fidanzata per obbligarla alla vicinanza con una persona diversamente abile. Negli anni si sono scritte pagine indelebili sull’argomento e oggi l’inclusività primeggia tra i temi di confronto, ma sono assolutamente certo che, per quanto possa dimostrarmi forte e stoico, su una sedia a rotelle sarei la peggior versione di me stesso.
Su questo punto, anche lontano dal pieno delle mie facoltà mentali, sono irremovibile. A ruoli invertiti non so se e come lo accetterei, proprio per questo mi ripeto continuamente che dovrei essere netto e definitivo.
Lontano dalla lucidità e dall’empatia, non capisco cosa si provi attorno a me, so solo di essere causa di dolore. Mi maledico per questo, non bastasse l’aspetto emotivo, penso a quanto debba essere impegnativo ritagliare del tempo per raggiungere l’ospedale e presenziare a questo pessimo accadimento. Può sembrare assurdo ma lo penso, so di essere estremamente fortunato a ricevere tanto, ma l’ultima cosa che ho sempre voluto è quella di essere un elemento limitante per chi a vario titolo mi sta vicino.
Qualsiasi rapporto umano è un gioco delle parti, io funziono bene in quella dell’insegnante, del consigliere, di chi trova soluzioni, di chi ascolta. Rinnego me stesso in quella dell’ammalato.
L’unica cosa che posso fare, ammesso che ce ne sia la possibilità, è quella di uscirne al meglio. Solo uscendo da questo incubo sulle mie gambe e nel pieno delle mie capacità potrei provare a pareggiare quello che tutti stanno facendo per me.
Proprio per questo, nonostante forza e speranza che quotidianamente ricevo, a volte vorrei essere solo, libero di lasciarmi andare e attendere passivamente. Non è da me, ma cazzo quanto mi sento stanco, per non parlare dell’assenza di prospettive. Nessuno si sbilancia.
Per quanto proprio della mia persona, l’idea di impegnarmi totalmente, oltre ogni ragionevole limite, in qualcosa che non abbia un epilogo quantomeno accettabile, mi uccide, peggio di 100mt di caduta.

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