San Gerardo Intenso
Mi sveglio da un sonno che non profuma né di sogni né di incubi.
Un silenzio anonimo, privo di sussulti. Elaboro e ricordo. Rispondo alle domande in inglese, penso in italiano ma non riesco a esprime la mia lingua.
‘Dobbiamo operarti’
‘Ok. Do it’
Gli ultimi istanti di una vita cambiata al punto da distinguere tra un prima e un dopo, sono trascorsi con una spensieratezza che parlava il linguaggio internazionale per antonomasia.
Dormo di nuovo. Sempre senza ricordi. Emergo nuovamente dalla terra di mezzo, controllo il corpo. Gambe e piedi rispondono.
La capacità di attivare volontariamente, seppur in modo parziale, gli arti inferiori, sarà una scialuppa di salvataggio inaffondabile.
Sento le braccia ma non le controllo. Protesi biologicamente attive prive di comandi.
Sono immobile, vedo parzialmente l’immagine dell’interno dell’edificio, sento ma spesso la testa si rifiuta di comprendere. Il collare aggiunge peso all’enorme armatura che mi costringe e culmina con un massiccio impianto di tubi attorno a naso e testa. Solo più tardi scoprirò che quella struttura poi tanto massiccia non era. O meglio, pesava solo nel limbo dei miei sensi parzialmente danneggiati.
Ricordo perfettamente di aver già visitato questo luogo. La sorella di un mio carissimo amico aveva accarezzato l’asfalto un po’ troppo duramente. Non avevo mai visto una terapia intensiva, sopratutto non avevo mai toccato con mano il dramma di chi attende appeso a un filo.
Non sapevo se e cosa dire, una parte di me voleva piangere, l’altra pensava a cosa lei, preda di quel sonno che non vuole farti svegliare, stesse provando. L’immagine della testa, cosi delicata, violentata nella sua intima struttura controllante, mi disturbava; non al punto di non voler più salire in sella ma sicuramente di prestare ancora più attenzione.
Libero da quel sonno mi trovo ora a pensare in prima persona a quanto sia fortunato ad avere pochi e parziali ricordi della mia caduta e a quali siano purtroppo i sentimenti delle persone che si danno costantemente il cambio al mio fianco.
In realtà fatico a scernere le emozioni, il fentanyl spinge forte, il braccio destro giace inerme al mio fianco, il sinistro riesce a vibrare qualche dito, la testa pulsa, l’occhio sinistro appena si apre, il naso è rotto; eppure sono pervaso da una sorta di euforia latente. Questo stato di psichedelia termina solo la notte, ho paura a chiudere gli occhi, mostri brutti e cattivi vengono a rapirmi per portarmi in posti malefici.
Non so cosa di preciso sognassi, so solo che non avrei mai voluto dormire.
Molto di quello che successe in quei giorni lo ritrovo solo nelle parole di chi mi ama: discrete farneticazioni, valido materiale per grasse risate se e quando tutto finirà, incredibili amnesie.
La memoria latita ma orecchie funzionanti trattengono frammenti purtroppo indimenticabili.
Gli incubi tornano, quasi sempre.
Il filo torna a tendersi a pochi passi da me. Molto più teso del mio. Questa volta, inutile e beffardo, non lascia altra soluzione ai genitori che sentenziare: donate tutto quello che potete.
Completamente immobile, seppur in disparte, lontano, sono testimone di una tragedia che non ha paragoni.
Purtroppo mi sento molto Meursault, disarmato però, a premere il grilletto non sono stato io. Un furgone ha fatto qualcosa che non avrebbe dovuto.
Non so bene cosa dovrei provare, in realtà mi sembra di non provare nulla.
In una quiescenza che sa di miracolo, non riesco a paragonare i due incidenti.
Senza controllo mi ritrovo a pensare a che cosa la sua mente abbia elaborato prima dello schianto, ammesso che ne abbia avuto il tempo.
Lo immagino pieno di vita agli inizi dell’adolescenza pervaso da quella voglia di conquistare il mondo in sella alla sua moto.
In un sensibile tentativo di protezione intorno a me si tace sull’accaduto, ma le mie orecchie sentono bene. Una parte di me scende in strada a dargli l’ultimo saluto con i suoi amici.
Sono molto lontano dal comprendere la gravità di quanto mi è successo, farmaci e parti ‘rotte’ distolgono il pensiero, tuttavia una piccolissima parte di me si interroga sulla domanda delle domande: perché sono sopravvissuto?
Può sembrare una domanda banale, forse inopportuna, ma in mezzo a tanto dolore e morte, è quasi impossibile non chiederselo.
E, la domanda successiva è ovviamente: perché io si e altri no?
Ero davvero molto lontano dal riuscire a stabilire un ipotetico perimetro di quello che mi fosse successo, però mi era già chiarissima una cosa, che in realtà avevo sempre pensato ma fortunatamente mai vissuto: la morte è un problema di chi rimane, non di chi se ne va.
Sono stato molto vicino al passare dall’altra parte, eppure non ricordo incontri o immagini spirituali. Il mio corpo ha lottato con tutte le sue forze perché concepito in quel modo. La volontà in quel momento conta poco o nulla. Se avessi perso, semplicemente non mi sarei mai più svegliato.
Quando aprii gli occhi per la prima volta, mi richiamarono da un posto indefinito; come scritto, niente sogni, niente incubi.
Al terzo o al quarto giorno mi ‘invitano’ a guardare la televisione posta di fronte al letto. Non che ne abbia forza o voglia, ma accetto la proposta.
Devo chiedere al personale di utilizzare il telecomando al posto mio. La mano destra giace inerme sul fianco, la sinistra mostra segni di vita, purtroppo non sufficienti a premere i tasti.
In quel momento, il perimetro dell’accaduto e di ciò che mi attendeva comincia effettivamente a delinearsi. Più nella mia testa cresce la consapevolezza della gravità, più sento latente pulsare un certo desiderio di morte. Potrebbe sembrare un pensiero angosciante, disgustoso, irrispettoso, sopratutto nei confronti di chi non ce l’ha fatta, ma è totalmente naturale.
Uscito di casa in ottima forma, mi ritrovo in un letto di terapia intensiva, immobile, incapace di girarmi, pieno di fili e tubi, una mano sembra totalmente scollegata, l’altra ridotta ai minimi termini, fratture e lesioni interne varie. Fortunatamente i farmaci placano il dolore.
Nessuno mi ha ancora chiaramente esposto la diagnosi, ma conosco abbastanza bene il mio corpo da sapere di non essere affatto messo bene.
Continuo a muovere i piedi abbracciando forte la consapevolezza che, se rispondono ai comandi, il ‘flusso’ non può essere totalmente compromesso.
Ci vorranno mesi per conoscere la realtà midollare, ma non mi stancherò mai di dire e ricordare quanto quella sensazione fosse una fonte di speranza potentissima.
Col tempo imparerò a capire quanto la scala di valutazione del proprio stato di salute all’interno di un percorso di riabilitazione, o per meglio dire di ritorno alla vita, sia strettamente individuale e imprescindibile dal vissuto prima del trauma.
L’esistenza di ogni individuo plasma le emozioni in maniera completamente differente di fronte ad eventi drammatici simili.
Interiorizzare la profonda individualità in certe situazioni si rivelerà davvero fondamentale, sopratutto per il benessere mentale.
Il cocktail farmacologico è efficace, tutto intorno a me sembra muoversi secondo un copione cinematografico, riesco a percepire ansia, felicità, preoccupazione con un briciolo di rabbia delle persone che mi stanno vicino.
Quello che non si vede è l’angoscia di chi sta lottando o ce l’ha appena fatta. Anche in assenza di poche informazioni e in uno stato chimicamente alterato, si riesce a intuire quanto si è perso.
Il valore ‘vita’ è assolutamente secondario, di tutte le persone che incontrerò nessuna ricorda sentimenti di profonda gratitudine e felicità dopo il risveglio dal coma o dall’anestesia.
Non sarà mai più come prima, dolore e desiderio di morte dipendono da quanto il futuro si discosterà dal passato.
Tra le persone che portano il loro affetto, non è difficile scorgere segni di preoccupazione, i più fisiologicamente esperti sanno che quello che verrà potrebbe non valere un lutto scansato.
La terapia intensiva è un non luogo. Sommersi e salvati. La seconda non esclude totalmente la prima.

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